Campi elettromagnetici e radiazioni: è ora di fare il punto a cura di Tudor Popa

Chi ammirasse il panorama europeo, o mondiale, di un secolo fa noterebbe delle differenze immense rispetto a quello odierno, e non ci sarebbe di che stupirsene: mancherebbero tralicci, fili dell’alta tensione, antenne e ricevitori di ogni sorta, miliardi dei più disparati dispositivi elettronici ormai tutti senza fili, e, perché no, satelliti, stazioni spaziali, shuttle. Persino lo spazio porta ormai la nostra impronta, e quello che oggi viene definito globalmente col termine di “inquinamento elettromagnetico” non è più un’esclusiva dell’atmosfera terrestre, o forse non lo è mai stata. Eppure, ancora in un’era simile, i diretti interessati, cioè noi, hanno una conoscenza e consapevolezza molto eterogenee al riguardo. Alcuni conoscono cause ed effetti scientifici, o tecnici, della questione, ma ne ignorano completamente le conseguenze umane, salutari, culturali e spirituali; e per altri vale l’esatto opposto, o anche una via di mezzo. Insomma, ora più che mai è giunto il momento di fare il punto della situazione.

Da un punto di vista scientifico è noto che un’onda – o radiazione che dir si voglia – è un’oscillazione dovuta a una perturbazione di un sistema fisico, che porta con sé energia ma non materia, proprio come quando lanciamo un sassolino in uno specchio d’acqua e osserviamo le onde che ne scaturiscono formare dei cerchi concentrici. Le onde sono di due tipi, meccaniche ed elettromagnetiche; le prime, come ad esempio le onde acustiche, necessitano di un mezzo fisico (perlomeno l’aria) per propagarsi, e tanto più è denso, tanto più velocemente viaggiano, motivo per cui gli indiani pellerossa nei film western appoggiavano l’orecchio al suolo per sentire il rumore dei cavalli in avvicinamento; le seconde, come la luce, si propagano anche nel vuoto, come nello spazio, e in tal senso basti pensare alle radiazioni solari che giungono sino a noi.

Col termine invece di campo elettrico, anche questo spesso usato, ci si riferisce a una regione di spazio che ospita una o più cariche elettriche: e si pensi a quanti ve ne saranno di questi tempi! Ma non finisce qui: vi é una strettissima correlazione tra elettricità e magnetismo, e un esempio facile facile è la legge fisica di Biot-Savart, secondo la quale un filo conduttore percorso da corrente, in movimento, genera attorno a sé un campo magnetico proporzionale alla intensità della corrente stessa. Già questi pochi, semplici accenni di fisica (i più esperti non me ne vorranno), se ben ponderati, credo che bastino per formare un pensiero nella mente: data l’ubiquietarietà moderna dei fenomeni descritti, in che razza di mondo viviamo oggigiorno?

Se da un lato infatti siamo stati bravissimi a descrivere negli ultimi due secoli l’azione e il meccanismo prettamente fisici di queste manifestazioni, dall’altro siamo ancora poco o pochissimo consci degli effetti degli stessi sulla nostra vita. Brancoliamo nel buio, e il mezzo migliore a nostra disposizione è il buon senso, purtroppo sovente scarseggiante. Rudolf Steiner ci avvertiva già cento anni or sono circa i pericoli dell’elettrificazione di ogni aspetto della vita quotidiana, e quelle parole sembrano trovare solo oggi un senso.

Da diversi anni infatti un numero sempre più alto di persone ha iniziato ad accusare disturbi che sono stati correlati con l’eccessiva esposizione alle onde elettromagnetiche, e più di recente si è cominciato a definire il tutto col termine di “sindrome da elettroipersensibilità”, abbreviata in EHS o EIS in italiano. Si tratta di un disturbo ancora relativamente giovane, che in alcuni Stati, come la Germania, è già stato annoverato tra le patologie ufficialmente riconosciute. Ciò che è certo è che se ne parla molto, e sembra riscontrare un numero sempre maggiore di effetti, con sintomi di entità estremamente variabile ma comunque molto simili tra loro: si parte dalla stanchezza e dalla spossatezza per arrivare alle emicranie e all’insonnia, e in alcuni casi a problemi dermatologici; tutti sintomi aspecifici che indicano tuttavia che le capacità ricostitutive del corpo non sono più sufficienti per far fronte a quello che per molti è un vero e proprio bombardamento.

Ma da cosa dipende questa eterogeneità? Perché alcuni sembrano essere più sensibili e altri meno? Lo spiega molto chiaramente Ulrich Weiner, un tecnico delle telecomunicazioni tedesco, che vanta il titolo di essere stato il primo soggetto formalmente elettroipersensibile in Germania. All’interno del proprio blog e nel corso di varie interviste ha raccontato più volte la propria esperienza: essendo sempre stato attratto dalle reti e dalle telecomunicazioni, a 18 anni, tra gli anni Ottanta e Novanta, già tecnico qualificato, aprì un’azienda per operare nel settore, progettando, vendendo e aggiustando apparecchi di comunicazione mobile; la sua stessa auto, costellata di antenne di ogni tipo, si era guadagnata il simpatico soprannome di “riccio” da amici e conoscenti. “Conteneva diversi telefoni, un fax e un accesso mobile a Internet,” racconta Weiner. “Il tutto in un’epoca dove la maggior parte delle persone non aveva Internet a casa. Credo che si possa ben capire come io abbia utilizzato entusiasticamente tutte queste cose, senza pensarci due volte. Mi sono sempre detto: se fosse pericoloso, allora sarebbe sicuramente vietato, visto che tutte le autorità e istituzioni che ci sono potrebbero benissimo farlo. Solo in seguito ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle quello che vale in questo campo così come per tanti altri fenomeni dannosi, e cioè che ci vuole tempo prima che le conseguenze possano manifestarsi. Nessuno infatti può seriamente ammalarsi per aver fumato una sigaretta, o per essere entrato una volta in una casa col tetto in amianto, o per aver chiamato con un telefono cellulare. Sono il tempo e la regolarità dell’uso a causare seri problemi fisici. Nel 1992 ho effettuato la mia prima telefonata con un telefono GSM, e i primi, grandi problemi li ho manifestati nel 2002; nel mio caso ci sono voluti quindi circa 10 anni.” (Die Drei, aprile 2019, Mercurial-Publikationsgesellschaft, Stoccarda).

Un vero e proprio decennio di silente incubazione dalle conseguenze molto gravi: un giorno, all’atterraggio all’aeroporto di Francoforte con un aereo di linea, Weiner manifestò improvvisamente forti disturbi alla vista, alla parola e al sistema circolatorio, tali per cui fu necessario portarlo in ospedale, come ricorda lui stesso: “Questo collasso mi portò a essere ricoverato in un ospedale, dove i medici ebbero grossi problemi a ricondurre i sintomi a una causa specifica, perché tutto il corpo era interessato da disturbi. Così fu interpellato il primario stesso, che venne a visitarmi chiedendomi dove fossi stato in viaggio e cosa pensassi che fosse stato a causarmi tutti quei sintomi. Quando gli dissi delle mie esperienze e dei miei pensieri riguardo gli effetti dei ripetitori all’aeroporto, capì di trovarsi di fronte a qualcosa di ancora sconosciuto e che non aveva mai incontrato nei suoi studi. Sapeva solo qualcosa circa i raggi X e le onde radioattive, ma volle chiamare i propri colleghi per andare a fondo nella questione. Ritornò quindi alcune settimane dopo con uno studio del 1932, che rappresenta a oggi lo studio più vecchio a me conosciuto riguardo gli effetti delle onde radio sull’uomo. La prima diagnosi inserita nella mia cartella clinica era stata tracollo e disturbo del sistema nervoso centrale; solo alcune settimane più tardi, dopo che ebbi consultato uno specialista, fu sostituita dalla diagnosi di elettroipersensibilità.”

L’esperienza fu così intensa che portò Weiner a cambiare completamente stile di vita. Da una parte per una vera e propria necessità fisica, di salute; dall’altra forse per lo spavento e, chi lo sa, per la delusione, come ci tiene egli stesso a raccontare: “Al mio rientro a casa trascorsi diverse settimane privo di forza e incapace di lavorare. Bisogna dire al riguardo che abitavo all’ultimo piano, dove la vista sui ripetitori era particolarmente ampia. Poi, a un certo punto, ho provato l’impulso di recarmi in auto fino a un bosco limitrofo e trascorrere lì la notte. Nonostante il gelo e la scomodità nel dormire mi ritrovai in breve tempo nuovamente in forma, così tornai in ufficio dove presi delle apposite strumentazioni, con le quali rilevai che in quel bosco non c’era alcuna rete per il cellulare e la televisione, solo qualche frequenza per radio analogiche. Dopo questa esperienza decisi di comprare una roulotte, che avrebbe dovuto essere solo una soluzione temporanea finché non avessi trovato una casa adatta in un posto isolato. Tuttavia non trovai nulla di adeguato, perché la continua implementazione delle reti mobili non ha fatto che proseguire, e ogni punto morto che trovavo veniva tempestivamente raggiunto dai nuovi ripetitori.” Così Weiner vive ancora oggi in una roulotte, con la quale si addentra sempre più in profondità nelle valli via via più sparute e remote rimaste nella Foresta Nera. La sua vita, afferma, è molto semplice e modesta, e gli permette di impiegare le forze rimaste per sensibilizzare la popolazione.

Un tema molto significativo, sul quale Weiner tiene molto a puntualizzare, è l’importanza delle zone prive di campo, i cosiddetti Funklöchern tedeschi, traducibili in italiano col termine piuttosto infelice di “punti morti” (le dead zones per gli anglosassoni), termine che non ispira la vitalità e la sicurezza che dovrebbe invece evocare. Queste aree scarsamente o per nulla raggiunte dalle onde radio o dai campi elettromagnetici si rivelano un’àncora di salvezza, essendo preventive per chi ancora non accusa i disturbi della EHS e ricostituenti per chi già soffre l’eccessiva esposizione elettromagnetica, e andrebbero tutelate, come molti tedeschi hanno richiesto al governo in Germania. La minaccia principale per queste zone, che vanno scomparendo in tutto il mondo, è l’installazione delle reti 5G, in programma o addirittura in fase di attuazione in molti paesi, che spazzerebbe via, con la propria ampia ricezione, le poche aree prive di campo ancora rimaste in Europa. Eppure questi “punti morti” sono di vitale importanza (nonostante il paradosso letterale): pare che influenzino notevolmente prima di tutto il ciclo sonno-veglia epifisario, con importanti conseguenze per il corpo eterico, e quindi le già citate capacità ricostitutive del corpo umano, primo fra tutti il sonno, che è il primo strumento per rigenerarsi dallo stress quotidiano, qualunque esso sia, ma è anche purtroppo il primo a venire disturbato quando il peso accumulato durante la giornata diventa insostenibile. Molte persone potenzialmente elettrosensibili riescono infatti a sopportare parecchio stress durante il giorno perché hanno la possibilità di dormire bene e riprendersi durante la notte, ma di luoghi adatti ce ne sono sempre meno; coloro che non possono più riposare bene durante la notte, non possono affrontare in modo regolare la giornata, con tutte le conseguenze del caso. Il problema, secondo Weiner e molti altri, è che i bambini, che sarebbero i primi da salvaguardare per la loro maggiore sensibilità, vengono spinti all’utilizzo ludico e “educativo” di dispositivi elettronici portatili, in primis nelle scuole, che in parte sarebbe forse anche utile per abituarsi a “conoscere il drago”, come direbbe Rudolf Steiner, ma che diventa solo dannoso nella misura in cui sostituisce ogni desiderio di stare all’aria aperta, interagire coi coetanei, sporcarsi, ascoltare una fiaba; tutte cose il cui valore educativo ben conosciamo. Proprio per salvaguardare il diritto dei genitori a scegliere in che misura esporre i bambini a questi strumenti all’interno delle scuole, ELIANT, l’Alleanza Europea delle Iniziative Antroposofiche, ha avviato una petizione sottoscrivibile fino alla fine del 2019 sul proprio sito web.

Intanto, se alcuni cominciano a prendere seriamente la EHS, altri, come molti governi, continuano a evitare di affrontare la questione, e i più non hanno un parere ufficiale dal mondo della scienza che fornisca loro un appiglio. Molti si chiedono se le conseguenze non possano essere ben più gravi, aumentando ad esempio il rischio cancro.

Molti scienziati si vanno interessando alla questione. Per esempio Sarah Driessen, direttrice del portale informativo EMF sull’effetto delle irradiazioni elettromagnetiche dell’Istituto di Medicina Sociale, Ambientale e del Lavoro del Politecnico di Aquisgrana, che propone questa valutazione, pubblicata su Die Drei (aprile 2019): “Quanto queste preoccupazioni siano fondate non lo si può ancora dire definitivamente. L’Agenzia di Ricerca per il Cancro (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato i campi ad alta frequenza, ai quali appartengono anche le reti mobili, come possibili agenti cancerogeni. […] Tuttavia sono stati pubblicati di recente due grandi studi su cavie; uno proviene dagli Stati Uniti, in particolare dal National Toxicology Program del governo USA, e l’altro dall’Italia. I risultati dimostrerebbero che i campi ad altra frequenza, come le reti mobili, sono effettivamente cancerogeni.” Driessen precisa tuttavia che le cavie sarebbero state esposte a campi ben più forti di quelli che noi tutti usiamo quotidianamente; e fino a che punto si possano adattare i risultati della ricerca su animali agli esseri umani, rimane sempre un tema aperto. “Sono però due studi vasti e molto ben condotti, e bisognerebbe prenderne sul serio i risultati, ma comunque sia non sono apparsi nel frattempo risultati così netti tali da giustificare la non introduzione del 5G”.

Gli spunti per affrontare la questione quindi non mancano; ciò che servirebbe è forse un migliore coordinamento di tutti gli studi fatti, nonché le esperienze dei singoli medici, più avvezzi ad avere a che fare con situazioni indubbiamente reali, anche se prive di etichette ufficiali, rispetto a media, governi, istituzioni. Come rammenta il dottor Gerd Oberfeld, dell’Accademia Europea per la Medicina Ambientale (ISDE)1, esprimendo fiducia per come i medici si orienteranno tra linee guida europee, esperienza vissuta e pareri comuni: “I medici sono abituati a prendere decisioni sulla base della propria coscienza ed esperienza. Le opinioni politiche e i dogmi possono forse disturbare questo principio, ma non possono intaccarlo”.

Un approccio per definizione scientifico, che molti di noi e lo stesso mondo della scienza spesso dimenticano, e dal quale trarre un importante insegnamento; sarebbe raccomandabile che tutti quanti assumessimo un atteggiamento analogo nell’affrontare simili questioni, esercitando quindi il nostro intuito, per usarlo infine, unitamente alla nostra coscienza, nelle situazioni la cui soluzione non appare così a portata di mano.

Note
L’ISDE ha elaborato una serie di linee guida per prevenire tutti i disturbi, riconosciuti e non, derivanti dall’esposizione ai campi elettromagnetici; si veda isde.it

Da: Arte Medica n.56, inverno 2019