Curarsi con l’Arte L’azione terapeutica del processo creativo. Ne parliamo con il dottor Enzo Soresi, medico, autore del libro Il cervello anarchico, in cui dedica un ampio capitolo ad Arte e creatività.

a cura di Bruno Lanata
8 maggio 2018 

Da sempre l’arte occupa un posto significativo quale medium in grado di sostenere l’uomo, consentendogli di ristabilire uno stato armonico spirituale e sollevandolo dal peso della materia e dai limiti della quotidianità. È stato forse partendo da questo presupposto che, un secolo fa, Rudolf Steiner aveva individuato come l’azione che le varie attività artistiche esercitano sulla sfera vitale e psichica dell’uomo potesse essere utilizzata a fini terapeutici. Aveva quindi evidenziato, da un punto di vista medico, le connessioni che si riscontrano tra il lavoro artistico e i processi fisiologici e patologici dell’uomo, inducendo a studiare e verificare le possibilità offerte dalla pittura, dalla scultura, dalla musica, dall’arte della parola e dalle attività artigianali.
In tempi più recenti anche la medicina convenzionale ha mostrato una sempre maggiore propensione nel coinvolgere i malati in attività a carattere artistico-creativo, scelta di cui appaiono sempre più evidenti i benefici effetti.(1)
L’arte e il suo rapporto con la malattia rappresentano un argomento affascinante e carico di risvolti spirituali. Ne parliamo con il dottor Enzo Soresi, medico specialista in anatomia patologica, malattie dell’apparato respiratorio e oncologia clinica, autore del libro Il cervello anarchico, in cui dedica un ampio capitolo ad Arte e creatività.
Ma quali sono i presupposti che caratterizzano la terapia artistica? Possono musica, pittura o scrittura favorire il processo di guarigione? Oppure, dobbiamo altrimenti ascrivere il lavoro creativo nell’ambito dei corretti stili di vita con finalità rivolte alla prevenzione e al benessere? Nel percorso di cura, l’attività artistica deve essere considerata come un mero supporto “occupazionale”, una forma di sostegno al paziente per aiutarlo ad affrontare e superare lo stress legato all’iter terapeutico, oppure costituisce una componente essenziale della terapia, è essa stessa terapia rivolta contro la causa del male o, comunque, capace di combattere i sintomi della malattia?
Già da queste prime premesse appare quanto l’argomento si riveli carico di interessanti spunti di ricerca e dibattito.

Dottor Soresi, vorrei iniziare questo nostro colloquio sulle terapie artistiche facendo riferimento alla frase di Antifonte – riportata con grande evidenza nel retro di copertina del suo libro Il cervello anarchico – in cui il filosofo greco del V secolo a.C. sostiene che “in tutti gli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia, come verso tutto il resto”. La mente può veramente farci ammalare ma anche condurci sulla strada della guarigione?
Per capire meglio quanto asserito da Antifonte occorre fare riferimento al processo di costruzione biologica del cervello umano, di quest’organo così delicato e fondamentale nel nostro stare al mondo. Un processo che avviene nel tempo: dal terzo mese di gravidanza fino ai due anni e mezzo di vita il cervello è in fase accrescitiva. Mentre tutti gli organi sono già definiti alla nascita, il cervello continua il suo processo evolutivo anche durante i primi anni di vita. Quando nasciamo il cervello pesa circa 700 grammi e deve raggiungere all’incirca il peso di un chilo e quattrocento.
Per arrivare a una completa definizione dell’organo, questa lunga fase di accrescimento prevede il suicidio neuronale: ossia il 50 per cento dei neuroni si devono suicidare con un meccanismo detto di apoptosi che, nel momento in cui nasciamo, è ancora in atto. Questo suicidio cellulare è strettamente correlato ai segnali interni ed esterni all’organismo.
Nel contempo si svolge anche la migrazione delle cellule nervose residue, destinate a subire un posizionamento corretto e specializzato. Si pensi alla vista e, in generale, alla definizione neuronale specifica dei sensi. Il processo di costruzione culmina con la mielinizzazione delle sinapsi.
Occorre poi tenere conto anche della sfera emotiva. Qui entriamo nell’ultimo atto.
In sostanza, tutto questo complesso iter di sviluppo è strettamente correlato con l’ambiente in cui viene allevato il neonato.
È in questa fase che noi costruiamo il nostro agire nel mondo. E se in questo mondo interattivo con l’ambiente si genera un disagio psichico, allora il processo creativo può essere interpretato come un atto compensatorio di quel disagio.

Possiamo in questo individuare una prima chiave interpretativa che identifica la funzione terapeutica della creatività dell’artista?
Come sostiene Mauro Mancia nel suo saggio Sentire le parole, nell’ambito di una memoria implicita “che si riferisce  riferisce alle prime esperienze infantili, per cui non è né cosciente, né verbalizzata, dunque preverbale e simbolica” sussiste la possibilità di un ricordo che è “in grado di agire anche a lunga distanza di tempo, diventando l’artefice di potenzialità espressive, creative ma anche psicogene, di difficile controllo”. Quindi, “la creatività umana appare come un ri-creare collegato alla memoria implicita (e quindi all’inconscio non rimosso) la quale non è passibile di ricordo, ma può essere rappresentata nell’attività creativa”.
Nel tentativo dell’organismo di ristabilire l’equilibrio perduto, la cui mancanza è sinonimo di malattia, l’arte occupa un posto importante in quanto è uno dei mezzi per aiutare l’uomo a ristabilire l’armonia.

Arte e processo creativo

In questo senso, dottor Soresi, quali ritiene siano le fondamentali differenze fra processo di produzione artistico-creativa vero e proprio e le attività inerenti la terapia artistica?
Personalmente non ho un’esperienza diretta per quanto riguarda l’utilizzo delle terapie artistiche. Certo l’atto creativo come compensatorio di un disagio psichico che nasce da una pulsione della memoria implicita apre tutto un mondo di autoterapia dell’artista. Dicendo questo faccio riferimento all’esperienza personale vissuta al fianco di mia moglie. La sua sofferenza l’ha portata, piano piano, a sublimare in un racconto pittorico una situazione totalmente emozionale.
Da sempre dipingeva, dipingere era la sua ragione di vita. Vivendo accanto a lei mi resi conto come, in quel caso, la creatività fosse compensatoria di un disagio psichico. Era rimasta, bambina, orfana di padre e, con la madre, il conflitto era costante per la sua ribellione alla vita borghese. In quegli anni disegni e quadri erano rigorosamente figurativi e fu con il progredire della malattia che la vidi giorno per giorno passare dall’arte figurativa all’arte informale.
Le sue esperienze di malata venivano tradotte in racconti fatti di composizioni ed emozioni non oggettivabili.
Fu vivendo vicino a lei e al progredire della sua malattia che mi resi conto di come l’arte informale permetta all’artista di raccontare le proprie emozioni senza oggettivarle.
Vivendo vicino a un’artista e avendone poi conosciuto a fondo molti altri, mi sono reso conto di come la creatività sia spesso per queste persone compensatoria di un loro disagio psichico o come ho detto di un danno biologico primario.
Potremmo citare, ad esempio, le opere di alcuni artisti quali Franz Kline, Mark Rothko. Di fronte ai quadri di Francis Bacon, poi, mi sono sempre chiesto da quale magma di inconscio nascesse la sua creatività.

Nel percorso di cura, l’attività artistica deve essere considerata come un mero supporto, una forma di sostegno al paziente per aiutarlo ad affrontare e superare lo stress legato all’iter terapeutico, oppure costituisce una componente essenziale della terapia, è essa stessa terapia?
Quando pensiamo a un’azione terapeutica del processo creativo, questo può essere inteso come un atto compensatorio di un disagio interiore. Oppure, possiamo inquadrarlo in un contesto del racconto di sé che il malato usa per liberare le emozioni. Ritengo che l’idea di Steiner di impiegare le tecniche artistiche in senso terapeutico possa essere inquadrata in un contesto di carattere emozionale rivolto a ripristinare l’equilibrio dell’individuo. Ogni atto creativo, in senso esplorativo, produce infatti un benessere indotto.
“In sostanza si conferma l’ipotesi che più il nostro pensiero è libero da condizionamenti, meglio è dal punto di vista sia evolutivo sia del benessere individuale. Ad ogni attivazione di nuove mappe cerebrali, infatti, corrisponde la liberazione di neurotrasmettitori che si riversano sul sistema immunitario potenziandone le sue capacità”.
Penso si possa, quindi, tranquillamente affermare che se una persona è curiosa, e si ritiene un po’ artista, non fa altro che divertirsi e continuare mantenere il proprio benessere. Una cosa che mi sento sempre di consigliare alle persone anziane.

Soresi


Enzo Soresi, medico specialista in anatomia patologica, malattie dell’apparato respiratorio e oncologia clinica, ha sviluppato tutta la sua carriera presso l’Ospedale di Niguarda Ca’ Granda dove – dal 1990 al 1998 – ha diretto come primario la Divisione di pneumotisiologia. Sull’oncologia polmonare ha pubblicato oltre 150 articoli comparsi su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Attualmente è segretario di Octopus, associazione per le malattie fumocorrelate. Studioso di neurobiologia ha pubblicato:  Il cervello anarchico (UTET, 2005), Guarire con la nuova medicina integrata (Sperling & Kupfer, 2012) insieme a Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, e Mitocondrio Mon Amour — Strategie di un medico per vivere meglio e più a lungo (Utet, 2015) con Pierangelo Garzia.


Note

(1) “L’idea dell’arte come terapia è relativamente recente. È tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento che l’arte fa ingresso negli istituti manicomiali, negli ospedali e in diversi centri terapeutici. Dapprima è intesa come pura espressione artistica o come terapia occupazionale; più tardi arriva a rappresentare un mezzo terapeutico vero e proprio. L’idea di introdurre l’arte in situazioni diverse dal suo ambito e orientarla verso la “cura” è ricollegabile alla crisi dell’arte della fine del XIX secolo.” Maria Grazia Giaume, Edup, 2009
((2) Citazioni tratte da: Enzo Soresi, Il cervello anarchico, UTET, 2005.


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