I tre gradini della percezione spirituale da Emil Bock

Il Vangelo di Giovanni e Matteo.

Nel 1950, in occasione di una nuova ristampa dei suoi scritti sui Vangeli, Emil Bock scriveva: “…contrariamente al presupposto della teologia ufficiale secondo il quale i Vangeli sono innanzi tutto resoconti biografico-storici sulla vita di Gesù, […] solo un lungo e paziente lavoro consente di arrivare, scostando il velo delle immagini, alle circostanze nascoste e invisibili della biografia storica, […] a un’autentica ‘Vita di Gesù’.” Proseguiva, esprimendo il timore che il suo “vecchio lavoro fosse stato superato da altre opere pubblicate nel frattempo”. Nel frattempo, e fino a oggi, la teologia si dibatte ancora fra dubbi e scetticismi, fra dogmatismo e materialismo. Le lucide riflessioni di Emil Bock, ricche di immagini e sentimenti, ci guidano a una lettura sempre più approfondita dei Vangeli, veri “libri misteriosofici”, come li definì Rudolf Steiner. Come nell’Apocalisse, anche nel vangelo di Giovanni ritroviamo l’immagine del volo di un’aquila che sale sempre più in alto, portandoci in possenti, sante spirali attraverso grandi cerchi su, fino all’alto della Gerusalemme celeste. Il primo cerchio è costituito da sette gradini: sono i sette miracoli di Gesù.

Il Vangelo di Emil Bock è in corso di pubblicazione in più volumi presso l’Editrice Novalis – il brano che segue è tratto dal secondo capitolo: “Ispirazione e composizione”.

La prima metà del vangelo di Giovanni, che comprende undici capitoli, deve la sua struttura ai sette grandi miracoli giovannei di Cristo: La trasformazione dell’acqua in vino La guarigione del figlio di un dignitario di corte La guarigione del malato nella piscina di Bethesda Cristo sfama la folla Cristo cammina sulle acque La guarigione del cieco nato La resurrezione di Lazzaro Il numero sette non è né un caso né un arbitrio umano. L’ordinamento e il ritmo del numero sette esiste nel mondo spirituale come fatto, proprio come sono dati di fatto le sette note nell’ottava, i sette colori nell’arcobaleno e i sette giorni nella settimana. I sette miracoli di Cristo nel vangelo di Giovanni stanno di fronte a noi come un quadro possente. Vogliono imprimersi come sigilli nella nostra anima dopo essere stati svelati nello spirito dalla nostra coscienza veggente, immaginativa. Se li seguiamo realmente, sperimentiamo che il miracolo non era un evento unico, e perciò storicamente compiuto, ma racchiudeva il fenomeno archetipico di una trasformazione dell’anima scaturita dallo spirito. La nostra umana natura diventa la giara nella quale alle nozze di Cana l’acqua viene tramutata in vino; siamo il ragazzo che riceve la guarigione grazie alle preghiere del padre; l’ammalato della piscina di Bethesda è dentro di noi ecc.

Guardando veniamo visti. L’immagine dalla vita e dalle azioni del Cristo si trasforma nello specchio nel quale vediamo noi stessi e sperimentiamo uno dei miracoli di Cristo che convertono. In quanto le immagini degli eventi terreni si trasformano nello specchio di eventi animici, attraverso di esse si schiude il regno dell’Immaginazione. Il primo livello dell’esperienza soprasensibile si apre. Le sette azioni del Cristo compiute allora sulla terra diventano i sette sigilli dissigillando i quali sgorgano sette esperienze dei gradini che possono essere attraversati dalle anime umane ovunque e sempre. Le circostanze storiche in Palestina si trasformano in metafore divine che non si esprimono in parole, ma in eventi. Diventano simboli della visione, senza smettere di essere avvenimenti storici accaduti nella vita terrena del Cristo. Quando la successione dei sette eventi-metafora ha infine raggiunto il proprio apice nella resurrezione di Lazzaro, nella seconda metà del vangelo di Giovanni, dal XII e XIII capitolo in poi, inizia a predominare un elemento del tutto nuovo. Il Cristo non compie più alcun miracolo; in un certo senso si ritira con i suoi discepoli in un luogo sacro per riversare come semi nelle anime degli apostoli parole della più alta dottrina e conoscenza divina.

 

 

Dopo la Lavanda dei piedi nel XIII capitolo, si manifesta chiarissimo il grande passaggio dall’immagine alla parola. Inizia il cosiddetto Discorso di commiato di Gesù. Esteriormente non accade quasi più nulla. Sempre più santa e possente s’innalza sul fondamento della Lavanda dei piedi e dell’Ultima cena la cattedrale delle parole del Cristo. Fino alla Preghiera sacerdotale nel XVII capitolo che raggiunge la pienezza dell’interiore solennità di questa cattedrale: “Affinché essi siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te, così anche loro siano una sola cosa in noi… io in essi e tu in me”. La chiesa spirituale è la cattedrale delle parole del Cristo. In un ampio sguardo su tutto il vangelo di Giovanni nella sua interezza, si deve porre realmente l’attenzione sul passaggio dall’immagine-metafora alla parola, dopo la resurrezione di Lazzaro, nei capitoli dal XII al XVII. Allora ci si sentirà anche qui, come nell’Apocalisse, trasportati da un’aquila che in tre ampi cerchi sale alle altezze. Le sette trombe del mondo hanno assunto ora la voce del Cristo.

Certo anche la prima parte del Vangelo, la parte dei “sette miracoli”, è intessuta dall’elemento ispirativo della parola. L’agire del Cristo cresce sempre più forte nel linguaggio della Rivelazione. Fra i miracoli che compie, Cristo parla al popolo, ai Giudei o ai discepoli. Ma dopo i sette grandi miracoli appare il valore esclusivo della parola, del Logos. L’aquila nel suo alto volo tocca il mondo del Logos dal quale sgorga il vangelo con le sue prime parole: “In principio era il Verbo”. Dal XVIII capitolo in poi il vangelo di Giovanni sale in volute al terzo cerchio. Inizia la Passione, Morte e Resurrezione di Cristo. Qui Cristo non agisce più esteriormente in azioni metaforiche o simboliche. Non si esprime più in parole della Rivelazione.

 Per quanto l’umanità agisca su di lui, lo flagelli, lo crocifigga e lo deponga nel sepolcro, ora egli compie il suo grandioso, fondamentale atto spirituale. Versa la coppa dell’amore di Dio: il suo proprio essere, la sua anima. Si offre in sacrificio e unisce la propria anima alla Sua e alla terra. D’ora in poi prevale la reale intuizione, il reale contatto dell’essere con il mondo divino del tutto Essere. Cristo si è sacrificato, ora può essere vicino a tutte le creature: a tutte le creature questa vicinanza consente di percepire il suo essere e di toccarlo. Nessun altro vangelo come quello di Giovanni rende il carattere di intuizione della Passione, Morte, Resurrezione del Cristo. Prima di tutto nel come, ma anche nel che cosa della descrizione. In questi solenni capitoli di chiusura del vangelo di Giovanni, molto rimane del tutto incomprensibile, se non viene riconosciuto come espressione di esperienze di intuizione. Si può qui indicare solo un esempio tratto dalla narrazione della Resurrezione. Tommaso mette il dito nel segno lasciato dal chiodo e la mano nella ferita che la lancia aveva aperto nel fianco di Cristo. Cristo stesso lo esorta a farlo. Questo è tanto più sorprendente in quanto appena prima viene raccontato l’episodio in cui il Risorto appare a Maria Maddalena. Quando questa riconosce il Cristo, tende le mani per toccarlo. L’anima di Maria Maddalena crede dal profondo del suo essere non attraverso parole, ma con le azioni, che il Cristo anche ora, dopo la morte e la resurrezione, abbia un corpo. Tuttavia Cristo dice: “Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre mio”. A Tommaso Cristo dice l’opposto. Tommaso non dubita che il Cristo si trattenga spiritualmente con gli Apostoli, benché passato attraverso la morte. Dubita però che abbia ancora un corpo. Egli vuole sincerarsi del corpo del Risorto solo toccandolo. E Cristo gli dice: “Toccami”.

 

 

Queste scene hanno un’atmosfera delicatamente intessuta: è l’atmosfera dell’intuizione. Se le si intende materialisticamente, o le si accetta dogmaticamente quale miracolo, oppure le si relega scetticamente fra le leggende, ma nulla se ne presagisce riguardo al segreto della composizione. Se le scene fossero all’inizio del vangelo, sarebbe ancora possibile prenderle in senso esteriore. Ma esse fanno parte dell’ultimo, altissimo perimetro sacro, non vogliono essere strappate dal loro contesto e trascinate giù dal livello dove si trovano, dopo tutti quelli già attraversati. Contano sul fatto che chi cerca di comprenderle abbia prima sperimentato ciò che il vangelo dà fino a quel punto: i sette miracoli, il commiato del Cristo, la storia della sua Passione e della Morte.

Chi ha percorso in modo realmente interiore la via che conduce attraverso i diciannove capitoli precedenti, chi prima di tutto ha accolto in sé il soffio reale della Passione e della Morte sul Golgota, può comprendere la scena di Tommaso in modo non grezzamente materialistico. La visione grezza ed esteriore si muove su un piano terreno, mentre l’oggetto al quale è rivolta è posto più in alto di tre livelli, su un piano del mondo dove valgono altre leggi d’esistenza: nella regione in cui le coppe dell’amore divino e dell’ira divina vengono versate e l’anima fluttua nel contatto essenziale, attraversata da forza divina.  

 Da un’esperienza più astratta dello spirito Tommaso giunge a un contatto reale con lo spirito nel suo incontro con il Risorto, raggiungendo il livello dell’intuizione. Soltanto a questo livello l’uomo percepisce la nuova corporeità conquistata attraverso la resurrezione del Cristo e ne è partecipe.Non è un corpo materiale che la terra può corrompere. Non è neppure un puro, astratto spirito. È un incorruttibile corpo spirituale, della materia con cui è edificata la Gerusalemme celeste. Così la rozza mano fisica di Tommaso non tocca il corpo di Cristo. A trovare le piaghe di Cristo è l’organo dell’intuizione, la possibilità spirituale-animica di tastare, è la mano spirituale di Tommaso; i movimenti che questi compie con le sue mani corporee non sono altro che fenomeni concomitanti. Una vaga, lontana comprensione dell’esperienza di Tommaso può raggiungerla chi si renda cosciente di come anche nella mano fisica dell’uomo, soprattutto alla punta delle dita e al centro del palmo, si trovi un sottile senso del tatto più eterico-animico che va ben oltre il senso fisico del tatto e non è così fortemente legato, come quello, alla mano fisica. La chiave per le scene di Maria Maddalena e di Tommaso, in quanto esperienze del contatto con il corpo di Cristo risorto, è la parola “intuizione” intesa nel suo senso esatto. E d’altra parte queste scene possono essere per noi esempi di ciò che si compie al terzo cerchio del volo dell’aquila nel vangelo di Giovanni.

da ArteMedica n.38