Il coraggio di vivere di Anna Prouse

Chi non ha mai giocato col pensiero: meglio morto o paralizzato? Come se nella vita si avesse sempre la libertà di scelta…
art_coraggioguarire3 Nel dubbio? Nato il quattro luglio, il famoso film di Oliver Stone, potrebbe darci degli spunti. Le scene che mostrano il giovane marine Ron Kovic, rimasto paralizzato nella parte inferiore del corpo durante la Guerra in Vietnam, sono a tratti talmente cruente da lasciare lo spettatore con poche incertezze riguardo la destino che preferirebbe.
Ho vissuto in Iraq per quasi due anni e, volente o nolente, mi sono trovata di fronte al dilemma morta o senza arti più di una volta, per non dire quotidianamente. La mia conclusione? Meglio un biglietto per l’aldilà che una vita a metà.
Quante volte ho varcato quei cancelli che dividono la Green Zone – la zona protetta di Baghdad – da quella rossa dove auto-bombe e attentati la fanno da re. Quante volte ho pregato uscendo da Assassines Gate – la Porta degli Assassini, teatro di attentati sanguinari – che, se qualcosa dovesse accadermi, fosse un colpo secco.

italianairaq_copSono seduta nella sala d’attesa del Walter Reed Army Medical Center, l’ospedale militare alle porte di Washington DC dove vengono ricoverati i soldati feriti in Iraq. Specializzazione: amputazione degli arti! Non credo di essere pronta. Ho negli occhi tutti quei colleghi, amici, giovani ragazzi e donne che spariscono, inghiottiti da C130 alla volta di Landstuhl, in Germania. Ricordo lo sguardo perso di Jon mentre teneva la mano del nostro amico Elias. Paralizzato, dopo che vari missili avevano colpito le nostre stanze all’Al Rasheed Hotel.
E ricordo la consapevolezza che avrei potuto essere io in quella barella se non avessi avuto quell’intuizione… non avessi seguito quella voce che mi diceva di allontanarmi: proprio quella notte. Ora ho l’occasione di vedere il dopo Iraq per tutti quelli che si sono trovati al posto sbagliato al momento sbagliato. Per tutti quelli che l’intuizione non l’hanno avuta o non l’hanno voluta ascoltare.

Appese, su un lato della sala d’attesa, otto gigantografie di “personalità in alta uniforme. Non leggo i loro nomi. Non mi interessa sapere chi sono. Non è per quei Generali che sono qui.
È per tutti quei soldati che, vittime di qualche sogno, hanno ora la vita rovinata. “Meglio morire”, continuo a ripetermi in maniera ossessionante.
Poi la mia attenzione si sposta dalle 28 bandiere distribuite su ambo i lati della sala a una figura esile che con andatura decisa attraversa la stanza. Sta conversando con una ragazza, ha una trentina d’anni, il fisico atletico, un sorriso accattivante e… due gambe artificiali. Vorrei non fissarlo, ma non riesco. Sorride? Com’è possibile.
“Niente compassione”, mi avevano raccomandato i miei ex colleghi americani. “Fai tutte le domande che vuoi, ma non compatirli”.
Non mi devo sforzare. Quel sentimento non mi sfiora nel vedere questo ragazzo sgambettare allegramente in direzione dell’ascensore. Qualche ora dopo lo vedrò allenarsi in palestra. Non vorrà essere fotografato. “Faccio un lavoro per cui non posso essere ripreso”, mi spiega.

Ecco un altro ragazzo. Protesi, scarpe da tennis e una gruccia. L’andatura è meno sciolta, ma sul viso non ci sono tracce di disperazione.
“Mostri, sono tutti mostri”, dico tra me e me mentre osservo un altro paziente. È in sedia a rotelle.
“Ciao, come stai?” mi fa in tono gioviale.
“Bene, grazie…” Mi blocco. Stavo per proseguire con il consueto “E tu?” ma non mi sembra il caso. Come vuoi che stia con due gambe e il braccio sinistro amputati?
Fisso uno dei ritratti appesi al muro. Se prima ero terrorizzata all’idea di ciò cui potevo andare incontro, ora non vedo l’ora di prendere quell’ascensore.
Ed ecco comparire Bill. È la prima volta che lo vedo. Mi ci sono voluti mesi di email e di raccomandazioni per convincerlo a farmi entrare nel suo regno. Mi seguirà per tutto il giorno, controllandomi da vicino come un’ombra. “Grande fratello ti osserva” mi dico quando noto i suoi motti di nervosismo ad alcune mie domande. Controlla l’ora nervosamente, mi fa notare che siamo in ritardo sulla tabella di marcia… Quale tabella?
Ma Bill fa solo il suo lavoro. E io il mio. Nessuno mi può impedire di osservare. Ognuno trarrà le proprie conclusioni.
“Ci sono alcuni pazienti di origine italiana a cui farebbe piacere incontrarti”, dice. “Ho pensato che potrebbe essere un’angolazione interessante, vero?”. Mentre parla mi fa strada nella palestra dove un gruppo di ragazzi si allena. Sono tutti senza gambe. Sudano, lo sforzo deforma i loro tratti.
“Questa è la sala della terapia fisica, da non confondere con terapia occupazionale”, spiega Bill. “A quella arriveremo dopo, visto che ti ho fissato un appuntamento con Jon Verdoni che segue i pazienti nelle loro attività giornaliere: fare la doccia, lavarsi i denti, cucinare, fare il bucato, sdraiarsi, rialzarsi, salire sui mezzi pubblici, guidare, e tutti quei movimenti che fanno parte della quotidianità. In questa palestra, invece, i terapisti si occupano del fisico nella sua globalità. Qui si rinforzano gli arti esistenti e si predispongono quelli amputati alla protesi. Qui i ragazzi imparano di nuovo a camminare, si abituano alle loro nuove braccia”.art_coraggioguarire2
Una madre versa integratori salini nella gola del figlio senza braccia. Eh sì, perché quelli coinvolti non sono solo i ragazzi, ma intere famiglie. Genitori, consorti, figli per lo più piccoli devono far fronte a una tragedia.
Gli occhi della madre sono persi nel vuoto.
“Ti presento Denis” mi dice Bill.
Denis non ha i tratti latini. Biondo, occhi azzurri, statura… Chi lo sa? Ma il busto e le braccia non sono quelle di un longilineo. “Ero in Iraq da meno di tre mesi. Se l’otto di dicembre non fossi saltato in aria, ora mi starei accingendo a rientrare”, mi dice asciugandosi il sudore.
Mentre mi siedo su uno sgabello ai piedi del materasso dove Denis sta facendo i suoi esercizi una decina di uomini in giacca e cravatta fa capolino nella palestra. Uno si dirige verso di noi: “Vuoi una foto con il membro del Congresso?” chiede.
“No, grazie” risponde Denis.
“Vengono a trovarci quasi tutti i giorni” mi dice una volta soli. Poi si interrompe. Grande Fratello osserva. Ha preso uno sgabello e siede acanto a noi.
Non c’è bisogno che Denis mi spieghi. Il suo sguardo è eloquente. E poi, chi meglio di me potrebbe capire?
I miei pensieri divagano brevemente a quel luogo dove Denis ha quasi perso la vita, cavandosela con l’amputazione degli arti inferiori. Quegli uomini distinti mi riportano a tutte le volte in cui ho portato in giro per gli ospedali di Baghdad i vari Codel, termine che sta per Delegazione Congressuale. Giornate sprecate: dal mio punto di vista, ovviamente.
Rammento quella volta in cui ho fatto da accompagnatrice turistica a una ventina di membri femminili del Congresso americano. Ricordo il senso di frustrazione mentre vagavo tra le corsie con queste signore di mezza età. Abbronzatura perfetta, jeans stirati, scarpe da tennis, cappello da baseball e un sorriso a tutti denti. Prima tappa? La toilette. Non si può affrontare una visita ai poveri bambini iracheni senza rifarsi il trucco. Quanti pensieri hanno attraversato il mio cervello mentre le osservavo distribuire caramelle e lecca lecca, farsi immortalare con qualche bambino malconcio, sorridere alle telecamere ed emettere esclamazioni tra la pietà e l’orrore.
A fine giro? Tutte via. Il più presto possibile alla volta di Amman. “Ci rivediamo domani, – mi dicevano dal pullman – dormiamo in Giordania. Qui è troppo pericoloso”. L’indomani mi sono data malata.

Immagino come si debba sentire ora Denis. “Sono stata in Iraq per quasi due anni” gli dico. Non voglio che mi metta nella stessa categoria di quei distinti signori circondati da telecamere.
Mi fissa, prima di raddrizzarsi faticosamente sulle braccia. “Allora tu capisci” fa, continuando a scrutarmi. Ora non sono più una qualsiasi curiosa a caccia di storie o di una foto ricordo.
“Sei conciato male, Denis” gli dico senza giri di parole. “Io preferirei morire che essere ridotta come te. Scusa la franchezza”.
Denis non fa una piega.
“Torneresti laggiù se te ne dessero la possibilità?” chiedo. Non gli lascio il tempo di rispondere. “Conosco la risposta, Denis. Sappi che non mi basta. Devi aiutarmi a spiegarlo a chi in Iraq non c’è stato. Io posso capire, forse, ma non spiegare. Dammi una mano tu”.
Come previsto Denis non solo tornerebbe in Iraq ma rifarebbe le stesse scelte. Si arruolerebbe nell’esercito americano e ripartirebbe per Mosul anche sapendo a cosa va incontro.
“Perché?”
“Senso del dovere” mi risponde come se fosse ovvio. “E amore per il mio Paese.”
Un breve silenzio. Sembra perplesso. “Queste erano le molle iniziali. – prosegue – Poi si è aggiunta una nuova componente: la certezza che gli iracheni hanno bisogno di noi. Li abbiamo liberati da un dittatore e ora li stiamo aiutando a scoprire cos’è la democrazia.” Riflette: “Hai visto quanti si sono recati alle urne? Senza timore di morire?”
Non sono qui per discutere, per parlare di politica, per mettere in dubbio le sue certezze. Sono qui per capire; e per capire devo ascoltare.
Non interrompo Denis – 39 anni, moglie e due figli piccoli – mentre mi racconta come il suo veicolo sia stato colpito da un mortaio davanti a una stazione di polizia. Prima dell’Iraq era stato mandato in Arabia Saudita, Kuwait, Egitto e Corea del Sud. Ora gli hanno trovato un lavoro nella Guardia Nazionale. Ha già iniziato ad andare in ufficio.
Alla domanda se accoglierebbe con entusiasmo l’eventuale decisione di suo figlio di arruolarsi, risponde che non avrebbe nulla in contrario. “Se lo fa per servire il suo paese, ben venga.”
“Denis, ti rendi conto che è un concetto difficile per me da cogliere?”
È a questo punto che mi interrompo. Sarà difficile, ma non sarebbe ora di cercare di accettare il fatto che c’è gente pronta a morire per valori a cui io – e con me molti altri – sono indifferente?
“Io non sono pronta a morire per la Patria”, incalzo.
“È un problema tuo, non mio.” Risponde il giovane soldato.
“Per voi noi americani siamo degli idioti, dei sempliciotti. Ma hai mai provato a vederla da un’altra angolatura? Se, anziché essere noi dei bambinoni, foste voi ad aver smarrito dei valori? Non pensi possiate essere voialtri ad avere un problema? Non avere nulla per cui valga la pena morire è un problema. O no?”

Non rispondo. Non avevo mai guardato al problema da questa angolatura.

[…]

Da ArteMedica n. 2
 tratto dal libro Un’italiana in Iraq