La qualità al giusto prezzo Dalla presa di coscienza del consumatore dipende il futuro sviluppo della società e dell’economia. Colloquio con Fabio Brescacin a cura di Bruno Lanata

Come è avvenuto il suo incontro con l’antroposofia e l’agricoltura biodinamica?

L’esperienza di EcorNaturaSì nasce da un gruppo di persone che nutrivano un particolare interesse nei confronti dell’alimentazione e dell’agricoltura. Questo anche in seguito all’influenza esercitata dalla figura del dottor Ivo Beni, allora presidente dell’associazione biodinamica, noto per le sue traduzioni in italiano delle conferenze di Koberwitz. Uomo dai molteplici interessi, Ivo Beni non era un agricoltore, ma era sicuro che l’antroposofia avrebbe potuto affermarsi in Italia attraverso la biodinamica. Per noi allora la biodinamica era un modello estremamente interessante: tanto dal punto di vista dell’agricoltura che dell’alimentazione. Ma anche, per molteplici aspetti, dal punto di vista sociale.

Una delle critiche mosse al mercato del bio è quella di “non essere per tutte le tasche”. Ai consumatori i prezzi appaiono eccessivi se confrontati con l’agricoltura convenzionale. Per contro gli agricoltori “convenzionali” denunciano l’imposizione di un prezzo di mercato che non copre i costi di produzione. Come possono l’agricoltura biologica e quella biodinamica contribuire a generare un processo virtuoso dove alla produzione di alimenti sani, salutari e di qualità corrisponda anche un giusto prezzo, cioè un prezzo che sia considerato equo tanto dal consumatore quanto dall’agricoltore?  Quale peso rivestono in questo rapporto la catena distributiva in generale e il rivenditore in particolare?

Sono due le componenti fondamentali che determinano il prezzo finale del prodotto nel punto vendita. La prima concerne il costo della materia prima, ossia quanto viene corrisposto all’agricoltore per il frutto del suo lavoro. È ovvio che un’agricoltura di qualità, come quella biodinamica o biologica, comporta impegni e costi di produzione che non possono certo essere paragonati a quelli dell’agricoltura convenzionale. Quest’ultima si è sviluppata proprio su strategie di mercato che puntano alla drastica riduzione dei prezzi al dettaglio e, quindi, al taglio dei costi di produzione. Questo ha generato, come conseguenza, la drammatica situazione economica in cui versa attualmente l’agricoltura, dove il coltivatore, sovente, non riesce a coprire col venduto le spese sostenute per la produzione. C’è poi la componente legata alla distribuzione, che per il biologico incide, più o meno, per il 50 per cento sulla definizione del prezzo finale. Si tratta indubbiamente di una percentuale molto gravosa. Di gran lunga nettamente superiore a quella della distribuzione convenzionale, dove l’incidenza è del 25-30 per cento.

Ma occorre inoltre considerare che quello del biologico e del biodinamico è anche il prezzo di un’idea, di un modo di operare che ha una ricaduta diretta tanto sul contesto sociale quanto nella tutela dell’ambiente.

Certo, si può anche lasciare il bio nelle mani delle grandi catene di distribuzione che possono tranquillamente inserirlo nei loro scaffali così come fanno con qualsiasi altro tipo di merce. Oggi ha successo il bio: ed ecco subito i supermercati pronti a proporre prodotti biologici. Domani cala la richiesta di bio: immediatamente viene sostituito con altri tipi di prodotto. Oggi sono ormai numerose le strutture che, accanto alla distribuzione cosiddetta convenzionale, offrono anche una distribuzione specializzata. Questa è però obiettivamente più costosa in quanto si basa su volumi molto più bassi. Basti tener conto che una realtà come la nostra, con una dimensione significativa e una presenza diffusa sul territorio – che va da Sicilia, Sardegna e Puglia alla Val d’Aosta e all’Alto Adige – ha un volume di affari paragonabile a quello di tre ipermercati. Certo il nostro impegno nel contenere i prezzi è costante. Questi sono però inevitabilmente legati ai volumi.

In un precedente numero di ArteMedica ci siamo occupati di alcuni progetti finalizzati a favorire lo sviluppo rurale e la formazione e l’occupazione giovanile nei paesi africani. Una delle preoccupazioni principali dell’organizzazione promotrice si è rivelata quella di curare, accanto agli aspetti economici, anche il carattere sociale ed ecologico delle iniziative. Pensa sia possibile sviluppare nei Paesi più poveri un’agricoltura in grado di soddisfare non solo il fabbisogno locale ma che sia al contempo rispettosa dell’ambiente?

In questo campo non ho un’esperienza diretta. Ritengo, però, che un esempio significativo dei risultati che possono essere ottenuti nei paesi in via di sviluppo grazie alla biodinamica sia rappresentato dall’organizzazione Sekem con le sue aziende biodinamiche in Egitto, Iran e Sudan. Altre esperienze del genere sono state portate avanti anche in India e in Sud America. Noi attualmente stiamo sviluppando un progetto con il Marocco, un paese che, grazie anche alle favorevoli condizioni climatiche, offre eccezionali opportunità per sviluppare un’agricoltura sana.

Oggi il biologico e il biodinamico sono sotto attacco. Pensiamo agli articoli apparsi su Il Foglio e su Altroconsumo. Nel primo si accusa il biodinamico di scarsa scientificità, se non addirittura di pratiche assimilabili alla “stregoneria”. Mentre il secondo afferma che per quanto riguarda i prodotti bio “le analisi dicono che non sono più nutrienti né più salutari degli altri prodotti”. Al di là dello scarso valore delle argomentazioni portate a supporto di critiche spesso preconcette, quali sono secondo lei le motivazioni di queste polemiche e come possono essere contrastate?

In fondo non si è mai riscontrata una vera e propria contestazione nei confronti del biologico, i cui concetti ispiratori stanno ormai, per gran parte, permeando anche l’agricoltura convenzionale. Comunemente diffusi sono ormai i concetti di agricoltura conservativa, di fertilità della terra, di humus e rotazioni. Espressione di un convenzionale che sta facendo tesoro di svariati concetti del bio, ormai ritenuti inconfutabili. Anche la ricerca scientifica si muove in questa direzione.

Critiche più consistenti si sono piuttosto mosse nei confronti dell’agricoltura biodinamica, che presenta in effetti un approccio più articolato. È ovviamente più difficile avvicinarsi ad aspetti complessi come quello del cornoletame. Anche se poi gli incontrovertibili risultati ottenuti sono sotto gli occhi di tutti.

Le aziende biodinamiche sono aziende modello per tutto il comparto del biologico. Sono sempre state e continuano a essere una testa di ponte. Se poi ci sono i risultati, mi sembra inutile speculare su temi epistemologici. Mi sembra più semplicemente un problema di libertà di scelta: l’importante è che il consumatore, disponendo delle dovute informazioni, possa decidere in piena autonomia quale prodotto acquistare.

Riuscire a coltivare rispettando la salute della terra e tutelando quella dell’uomo non è cosa da poco. Inoltre i prodotti sono eccellenti. Intanto crescono occupazione ed esportazioni. Secondo i dati riportati sulla stampa nazionale il comparto del biodinamico fattura 445 milioni di euro solo con i prodotti certificati a marchio Demeter. L’intero comparto del biologico dà lavoro a 55 mila persone senza tener conto dell’indotto.

Noi siamo convinti che i problemi dell’agricoltura debbono essere affrontati a livello sociale. L’agricoltura convenzionale sottoposta alle leggi del mercato è in profonda crisi. Occorre un nuovo approccio all’economia per risolvere i problemi dell’agricoltura. Per contro un certo tipo di agricoltura può diventare il banco di prova per dimostrare che può esistere un’economia diversa. Bisogna avere un approccio concreto, di tipo associativo, che sappia coinvolgere produttori, distributori e consumatori. Dobbiamo capire che l’interesse dell’agricoltura è l’interesse di tutti, che il rinascimento dell’economia inizia dall’agricoltura. Il consumatore deve cominciare a prendere coscienza che è lui a dirigere le sorti del mercato: non le multinazionali o la politica o le leggi dello Stato. E questo succede nel momento in cui indipendentemente decide di acquistare quel determinato prodotto a un determinato prezzo. Quello e non un altro. Per contro è necessario che le aziende siano più trasparenti. Devono far sapere cosa c’è dietro a un prodotto e al prezzo che noi paghiamo per acquistarlo. Qualità, giusto prezzo, libera coscienza del consumatore sono concetti sani, evolutivi, sui quali si gioca lo sviluppo della società e dell’economia.


Fabio Brescacin

Fabio Brescacin

Laureato in agraria (1979), Fabio Brescacin è uno dei principali fautori dello sviluppo del biologico e del biodinamico in Italia. Dopo aver contribuito alla nascita dell’associazione antroposofica di Conegliano apre Ariele, uno dei primi punti vendita biologici del nostro paese. Nel 1988 concorre alla fondazione di Ecor, azienda destinata a diventare punto di riferimento nel campo della distribuzione di prodotti destinati al dettaglio specializzato. Diventa quindi uno dei promotori della fusione di Ecor con NaturaSì – la principale catena italiana di supermercati specializzati nella distribuzione al dettaglio di prodotti biologici e biodinamici – da cui nasce il gruppo EcorNaturaSì Spa di cui è presidente.