Ottobre Fabio Tombari

Il brano che segue è tratto dall’opera I mesi (1971), che ripercorre mese per mese il succedersi delle stagioni e delle atmosfere nella natura e nell’anima dell’uomo.

Il pittore specializzato in paesaggi si vede costretto in questo mese a cambiare per intero la sua tavolozza. Simile al musicista che al tramonto dell’eroe, per meglio aderire alla maturità del dramma deve trasportare il motivo del violino in chiave di basso per il violoncello, il pittore cangia il turchino col grigio, il verde col terra di Siena, il giallo oro col sangue di bue.

Il fatto è che la natura stessa, ricorrendo il colmo della venagione, si trasforma in preda. Come del resto le donne. Non più l’ocra l’indaco il carminio dei pappagalli, ma il color talpa, il fulvo, il rossigno delle pernici, dei tassi e dei cervi, anche nella moda muliebre. Per un processo di mimetismo più in grande, l’Europa tutt’intera assume i colori della sua selvaggina. È il tempo delle sorbe; e il rigogolo che per i fichi si era vestito d’oro, torna a mutarsi di verde. Sono le mattine care ai primi pittori olandesi, i pomeriggi dei paesaggisti francesi dell’Ottocento; quando il vero poeta esce a caccia senza fucile, così per ammazzare il tempo. Non ha più idee. Ma il cane lo raggiunge, lo sorpassa, ritorna; cerca, punta, si agita. Poi in gran furia comincia a scavare, disseppellire qualcosa.

Sorpreso, perplesso, il poeta lo segue. Una tana, un tesoro? No: un piccolo grumo indurito, quasi un cervello coi lobi e le vene. Lo coglie, lo soppesa, lo fiuta: bulbo? no; radice? frutto? nemmeno; né durone, né ceppo, né sasso. È come un groppo, un ganglio, e odora di viole di aglio. Puzza, profuma? Ecco il problema. Sia quel che sia! L’idea che mancava è trovata: e a grandi passi concitati corre in casa trionfante d’aver scovato un tartufo.

Il bosco intanto si è ripopolato di nani. Curvi sotto un capellone, grassocci, tondi come osti bavaresi, altri ancora più piccini, col cappuccio, un po’ storti, riuniti a famigliole, bruni, giallicci, sporchi di fango, fanno capolino qua e là, nascosti sotto il cumulo delle foglie, sul terriccio molle di muschio. Tutti nel folto dell’ombra, a sorbire, trasmutare quanto di marcio di velenoso di morto è precipitato… (non sono forse precipitati della sublimazione estiva anche le pere, le mele, le cotogne, le noci?). La natura fa dell’alchimia, non della chimica. Forse di nottetempo, non visti, riparano la carica ai grilli arrugginiti, lo scatto delle rane automatiche, ripongono la porporina delle farfalle, gli estratti di rosa. Certo è che vi sarà pure qualcuno ad accudire alle faccende del bosco. Come si spiegherebbe altrimenti l’ordine e la pulizia della primavera dopo gli sporchi dell’autunno? E sono così buoni i piccoli nani in tegame con un po’ di pomodoro, di prezzemolo, olio, aglio, pepe e sale! Se anche si muore, si muore dopo. Coi funghi, le prime ulive, le castagne, le ghiande, le scoperte delle Americhe, l’apertura delle scuole, dei campi di football. Tornano a valle le mandrie; gli scultori in legno di Val Gardena riprendono a scolpire i frati allegri dal naso rosso a cavallo di minuscole botti o turaccioli. Caterina Kaslatter, sola e ignorata, scava e rivela dal legno la Madre col Figlio.

E le rondini? Un radiogramma improvviso le richiama al sud. C’è da affrescare a geroglifici il soffitto di tutto l’Egitto, da purificare i cieli della Cirenaica, del Giarabub. “Partenza alle ore 7 e 25. Rotta Sud Sud-Est. Nessuna sosta che pei malati”. E tutte le rondini in collegamento fra loro si raggiungono ai concentramenti. Dalle prime ore del mattino arrivano in silenzio, riposano sui fili, attendono. Le assenti sono morte. Nessuno ordina. Nessuno chiede. Il silenzio è sacro e solenne. Ore 7 e 22’; 23’; 24’; 25’. Tutto il branco si stacca in volo, rimonta il cielo a spirali, come un inno. I secondi vengono contati col battito del cuore. 1”, 2”, 3”, 4”, 5”… Quale sarà la quota da prendere, la direzione su cui puntare? 6”, 7”, 8”, 9”… Un sesto senso, l’intuito, quello che distingue i migranti e gli uomini di genio dai passeracei in genere, rivela infine la strada, e tutte le rondini si slanciano come una rondine sola. Il pettirosso è già qui. E anche lo scricciolo. 

Sopraggiunge il tramonto, i calmi grigi tramonti d’ottobre. Quell’accorato senso di nobiltà e d’orgoglio che ci sorprende a volte sulla tolda d’un bastimento o lungo Piazza di Spagna, allontana il sognatore dalle città verso le campagne piene d’ombra, come sotto le navate d’una chiesa. Sono le sere in cui ci si rammarica dell’assenza di croci fra le corna dei cervi, della scomparsa del Graal, dei draghi da uccidere, le sere in cui si vorrebbe almeno che tutte le case fossero aperte ai poveri, ai solitari senza tetto né famiglia. E la vendemmia continua. Botti, bigonce, botticine, barilotti, benacce, torchi, navazze, canestre, mastelli, invadono le corti già piene di carri, di buoi, di ceste, di canti, latrati: quando anche le donne di casa sanno di salvia e rosmarino.

È questa la più gaia, la più rumorosa e odorosa sagra dell’annata. Come nell’antico pannello della chiesa di Aerschot. Immaginate una gran vigna bionda e mora dove i vendemmiatori s’affaccendano a recidere i grappoli, ad empirne i panieri da trasportare sul dorso fino al gran tino: e un villano vi danza a gambe nude. Nel centro un torchio di pietra sotto cui è spremuto il Figlio dell’Uomo che sprizza sangue, e il sangue cola nella botte donde due sacerdoti dai grandi calici d’oro attingono il prezioso liquore. Scende intanto dal colle un biroccio con una gran bigoncia. Il leone alato e il toro tirano il carro sul quale un angelo fa schioccare la frusta e accanto all’angelo sta l’aquila. È il sangue della Terra, che versato e tappato in barili da vescovi da cardinali e da papi, viene rotolato in cantina sotto le cupe volte della chiesa.

E il Sole cambia casa. Con le sue 43 eclissi solari e le 26 lunari, ogni secolo si sposta per far posto alla storia. Bisogna far presto: ultimar la vendemmia, seminare, preparare gli scassi, i fossati. Averle usignoli codirossi stiaccini upupe quaglie fuggono tutti. Il Guardiano del Nord ha accumulato i tempi per scaraventarli in tempesta. È il tempo del coraggio. Il Sire entra in Scorpione. In alto fra le nuvole transitano i gabbiani neri, l’orca minore; più in alto ancora l’aquila anatraia.

E cala la notte di Samain, la notte dei Celti.

da ArteMedica n.39