Placebo: il benefico effetto. Intervista al dottor Enzo Soresi a cura di Bruno Lanata.

La moderna ricerca clinica ha da sempre utilizzato il placebo come elemento di confronto per stabilire l’efficacia di nuove terapie. Solo recentemente la medicina ha iniziato a interessarsi alle cause che sovraintendono all’effetto placebo ossia delle ragioni per cui la somministrazione di una sostanza praticamente inerte induca benefici scientificamente verificabili in una vasta gamma di malattie.

Può un medico essere condannato per aver contribuito – seppur in modo non deontologicamente corretto – alla guarigione di un proprio paziente? Per quanto possa sembrare assurdo il fatto è realmente avvenuto. Un editoriale apparso su Medical Press del 18 giugno 1890 riporta il caso di una donna che aveva citato in giudizio il proprio medico – contestandone la parcella – per averle iniettato acqua al posto di morfina, come le era stato invece assicurato. Nonostante fosse guarita, il tribunale le aveva dato ragione e il medico aveva perso la causa.
“È proprio finito – si domanda indignato l’editorialista – il tempo in cui [il placebo] potrà esercitare i suoi mirabili effetti psicologici con la stessa efficacia dei suoi omologhi più tossici?” . In fondo, da quando “esiste la medicina, i dottori sanno che il garbo e le rassicurazioni possono essere molto efficaci”. Eppure è sufficiente sfogliare qualche dizionario per rendersi conto che il placebo non sembra godere di particolare considerazione, essendo per lo più classificato come un “farmaco” senza specifica attività terapeutica, i cui effetti sono essenzialmente collegabili alla suggestione indotta in pazienti affetti da disturbi genericamente riconducibili a fattori psicologici.

Dottor Soresi, qual è la sua opinione in merito all’effetto placebo?

La mia sensazione è che la medicina scientifica abbia liquidato l’effetto placebo come un fenomeno di autosuggestione, grazie al quale la gente che si considerava malata si convinceva di stare meglio. Ora, invece, ci si sta rendendo conto che le aspettative personali possono perfettamente integrarsi con la corretta risposta terapeutica e che l’effetto placebo può agire in sinergia con le cure proposte.
Mi è sovente capitato che un paziente – cui avevo prescritto antidolorifici di maggiore efficacia in sostituzione di quelli più blandi che stava assumendo – sia ritornato alla terapia precedente in quanto, secondo lui, molto più efficace. È come se l’organismo, una volta impostata una certa risposta organica indotta da un determinato farmaco non riuscisse più a modificarla.
Il placebo è ampiamente utilizzato nella ricerca clinica come elemento di confronto per verificare l’efficacia di una cura sperimentale. Tanto da diventare per la Food and Drug Administration il golden standard di riferimento. Spesso, comunque, in particolare nei protocolli oncologici, il nuovo trattamento viene messo a confronto con la migliore cura preesistente. Quali sono le ragioni che, nella prassi, inducono all’impiego del placebo?
Sul piano scientifico abbiamo tre argomenti a sostegno dell’impiego del placebo nell’ambito della ricerca clinica. In primo luogo, il fatto che il placebo costituisce un preciso punto di riferimento. Inoltre, frequentemente risulta difficile decidere verso quale trattamento sia opportuno confrontare una nuova molecola. Infine, è più facile valutare la significatività negli studi clinici controllati ponendoli a confronto con il placebo.

Ma che cosa è il “placebo” e come esercita il suo “benefico effetto”?

Sempre di più in questi ultimi anni stanno nascendo pratiche sanitarie più o meno scientificamente validate i cui risultati spesso vengono ascritti al placebo.
Ormai è ampiamente riconosciuto che il placebo è efficace nell’alleviare dolore e sofferenze e che la risposta al placebo è la manifestazione della notevole capacità dell’organismo di autocurarsi nel caso di una vasta gamma di malattie.
In pratica l’effetto placebo non è altro che l’attivazione di percorsi biologici che si instaurano in funzione di uno stimolo cognitivo. Intendendo per cognitivo ogni stimolo neurosensoriale in grado di modificare l’assetto del sistema nervoso centrale.
E che i pensieri e le emozioni possano influire sulla nostra salute non è certo una novità. La sfida dell’attuale medicina consiste nell’identificare i percorsi che collegano le condizioni mentali alle risposte organiche fisiologiche e patologiche.

Quanto la mente interviene nella modificazione di una determinata risposta?

La mente è un campo energetico potente che, in quanto tale, interviene nella costruzione di proteine che sono quelle che poi portano informazioni. Quando la proteina arriva e bussa sulla membrana cellulare e sul recettore, se il sistema funziona, si apre la porta e inizia la produzione di cortisone. Ma se i recettori sono bloccati, ad esempio da un evento stressogeno, allora non si produce nulla.
Un strettissimo intreccio a livello neurobiologico tra funzionalità emotiva e sfera razionale che Antonio Damasio ha ben spiegato nel suo libro L’errore di Cartesio.
D’altra parte l’effetto placebo affonda le proprie radici proprio nelle prime fasi in cui viene impostata la relazione tra madre e figlio. Relazione vissuta come comunicazione emozionale, fonte di benessere.

Quindi esiste una correlazione fra placebo e aspettative del malato?

Prendiamo cento persone che soffrono di uno stato doloroso. A metà di esse somministriamo un placebo e all’altra metà morfina. Nel primo gruppo noteremo una remissione del dolore nel 50 per cento dei casi, nel secondo la remissione sarà dell’80 per cento.
Un dato che evidenzia chiaramente che quella al placebo non è una risposta isterica né mesmerica ma è una risposta completamente biologica legata sostanzialmente a situazioni relazionali.
Il malato ripone la propria fiducia nella cura intesa come atto capace di realizzare l’evento atteso dalla psiche, ossia la guarigione. Recenti ricerche hanno dimostrato come l’atto terapeutico vissuto dal malato in modo cognitivo inneschi una corretta risposta biologica che sinergizza e potenzia le azioni del farmaco somministrato.

Le è mai capitato, nella sua professione di medico, di assistere a casi in cui l’effetto placebo si sia manifestato con esiti di particolare rilevanza?

Il fatto risale ad alcuni anni fa. Allora avevo, già da qualche tempo, in cura una persona – che chiamerò V. D. – per un cancro al polmone. Un giorno questi mi telefona per dirmi che sua madre, di recente dimessa dall’ospedale, soffriva per gli atroci dolori dovuti a un tumore intestinale già metastatizzato. Desiderava quindi fissare un appuntamento per lei.
Visitata la donna, già molto sofferente, le prescrissi compresse di morfina da 30 milligrammi da prendere con regolarità almeno tre volte al giorno. Raccomandai, inoltre, a V. D. di stare molto vicino alla mamma destinata ad avere pochi mesi di vita e forti sofferenze controllabili con le compresse di morfina, a dosi eventualmente sempre più elevate.
Passato circa un anno la mia segretaria mi comunica che V. D. aveva fissato un appuntamento per un controllo a sua madre. Resto stupefatto per la sopravvivenza della donna, che aveva in effetti superato ogni più rosea aspettativa.
Quando i due si presentano in studio, il figlio mi chiede di avere prima un colloquio, per spiegarmi alcune cose, senza che la mamma fosse presente.
Mi racconta che, trasferitosi dopo la mia visita a Roma, la mamma era stata assistita con grande abnegazione da una sua amica sudamericana, Maria Dolores che, invece di somministrarle la morfina in compresse, le dava un bicchierino di acqua minerale da lei benedetta recitando alcune preghiere.
Dopo qualche mese, rientrata in Brasile, Maria Dolores lo aveva chiamato avvisandolo che un gruppo di preghiera sarebbe intervenuto a distanza per aiutare la mamma. Gli aveva quindi raccomandato che la sera di un determinato giorno avrebbe dovuto farla sdraiare sul letto vestita con una camicia da notte bianca.
Così fece. Il giorno prestabilito, V. D. preparò la madre e le si mise accanto con in mano il libro di preghiere lasciato da Maria Dolores. Verso mezzanotte, la madre si risvegliò all’improvviso, iniziando a urlare per i dolori. Dopo una decina di minuti la mamma si era acquietata e aveva ripreso sonno, con un’espressione beata sul viso, Da quel momento V. D. non le aveva più somministrato neppure l’acqua benedetta da Maria Dolores. Rimasi sconcertato dal racconto ma fui ancor più sorpreso dal fatto che la paziente, nel frattempo entrata nella studio, stava molto meglio di quando l’avevo vista l’ultima volta: non mostrava segni di deperimento organico né di sofferenza in atto. Dopo la visita prescrissi un’ecografia che confermò la presenza di voluminose metastasi. Da quel momento passarono ancora parecchi mesi prima che la signora morisse al suo domicilio senza avere più accusato alcun dolore.
Questo è sicuramente l’effetto placebo più significativo cui ho potuto assistere nella mia professione di medico. Un’esperienza che mi ha portato ad approfondire scientificamente questo argomento, sia dal punto di vista biologico sia antropologico.

Soresi


Enzo Soresi, medico specialista in anatomia patologica, malattie dell’apparato respiratorio e oncologia clinica, ha sviluppato tutta la sua carriera presso l’Ospedale di Niguarda Ca’ Granda dove – dal 1990 al 1998 – ha diretto come primario la Divisione di pneumotisiologia. Sull’oncologia polmonare ha pubblicato oltre 150 articoli comparsi su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Attualmente è segretario di Octopus, associazione per le malattie fumocorrelate. Studioso di neurobiologia ha pubblicato:  Il cervello anarchico (UTET, 2005), Guarire con la nuova medicina integrata (Sperling & Kupfer, 2012) insieme a Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, e Mitocondrio Mon Amour — Strategie di un medico per vivere meglio e più a lungo (Utet, 2015) con Pierangelo Garzia.


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