Un ricordo di Giulia Maria Crespi. Si è spenta lo scorso 19 luglio Giulia Maria Crespi, una delle figure di spicco della vita civile e culturale italiana del secondo dopoguerra. Aveva 97 anni.

di Bruno Lanata
21 luglio 2020 – Una lunga vita segnata da momenti di grande dolore – la perdita del marito prima e quella del figlio solo pochi mesi fa – ma soprattutto contraddistinta dal grande impegno sociale. «Chi ha avuto molto deve dare molto», una delle sue frasi più famose, non era solo un modo di dire ma una concreta scelta di vita che, nel pieno rispetto degli altri, l’ha portata a battersi sui fronti più scomodi.
Come quando, dimostrando grande personalità, impresse una svolta storica al Corriere della Sera dando le redini della direzione a Piero Ottone. O quando, con la stessa determinazione, fondò con Renato Bazzoni il FAI, di cui è stata prima presidente e poi presidente onorario fino alla morte.

Dove ancora cantano le rane
Ma la sua scelta più “audace”, “forse quella che le è stata meno perdonata”, è stata l’adesione ai principi dell’agricoltura biodinamica.
Da sempre, Giulia Maria Crespi amava la campagna e la natura. Sin da bambina, alle Cascine Orsine, ascoltava la sera il grande concerto delle rane. Questa gioia, però, alla fine di maggio, veniva cancellata: un silenzio sordo sostituiva l’allegro gracidare e si sapeva che, in quel giorno, erano stati spruzzati i diserbanti nelle risaie e che le rane erano tutte morte.
Colpita da un cancro, dopo la radioterapia, venne curata alla Lukas Klinik vicino a Basilea, una clinica ad indirizzo steineriano, dove ebbe modo di apprendere i principi legati a una sana e corretta alimentazione.
«Ho avuto il cancro», ha raccontato in un’intervista a Repubblica. «L’ho sconfitto … con l’aiuto di un grande luminare e caro amico, il professor Umberto Veronesi. E con la medicina antroposofica. Mi sono fatta operare, ho fatto alcuni cicli di radioterapia, alcune cure ormonali, ho sempre rifiutato la chemioterapia. Ma è alla Lukas Klinic di Basilea, clinica steineriana dove si cura il cancro con terapie alternative, con il vischio ad esempio, che ho capito come davvero ci si deve porre di fronte alla malattia, e quali sono i fattori che portano alla malattia».
«Lì conobbi un giovane che mi parlò di agricoltura biodinamica – ricorda in un’altra intervista Giulia Maria Crespi – e mi disse: “Perché non praticate questo metodo nella vostra azienda nel Parco del Ticino?”. Gli risposi: “Ma lei è pazzo. Io non so niente: mi occupo di giornali, di editoria…”. “Ci pensi un po’. Intanto cominci a leggere questo libro”. Leggendo il libro pensai alle mie rane. “Forse se pratichiamo questo metodo non moriranno più”. (…) Andai in Germania, feci dei corsi di agricoltura biodinamica e con conoscenza di causa (…) chiesi di poter gestire l’intera azienda.
Oramai da svariati anni le Cascine Orsine di Bereguardo applicano il metodo biodinamico e le rane cantano a più non posso durante l’estate».
«Delle sue lotte esemplari, quella per l’agricoltura biodinamica è la parte di sé che meno le è stata perdonata e proprio per questo la più identitaria del suo essere e il fiore più delicato e prezioso che lascia” ricorda Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica. “È la sua intuizione precorritrice, in cui ha manifestato forza profetica. Diviene evidente oggi, che la Commissione UE indica proprio i requisiti presenti nel metodo biodinamico come i punti qualificanti della strategia agricola dei prossimi anni. Ha fatto in tempo a vederlo ed è quello che ora dobbiamo impegnarci a conquistare, con l’aiuto di chi la conosceva e apprezzava».

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